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La parola al Teatro #106. Le figlie del re. Re Lear e le sue figlie contemporanee

di Isabella Moroni

Le figlie del Re, andato in scena a Teatrosophia con la drammaturgia di Flavia Gallo e la regia della stessa in collaborazione con Chiara Cavalieri, è liberamente ispirato a Re Lear di William Shakespeare e, come la tragedia shakespeariana, racconta il dolore della Famiglia, la relazione d’amore quasi impossibile fra padri e figlie.

immagine per Le figlie del Re
Le figlie del Re

Giovanna Cappuccio, Chiara Cavalieri e Giorgia Serrao interpretano delle moderne Cordelia, Goneril e Regan convocate a colloquio con un padre che, in parte, disprezzano.

Un piccolo imprenditore che ha fatto del Consiglio d’Amministrazione la sua casa e la sua famiglia, che non ha mai perso il suo influsso dispotico sulle figlie e che ora vuole conoscere la misura del loro amore.

Cordelia, la più giovane, non esprime sentimenti, ma ha l’abitudine di curarsi degli altri; ha meno ricordi delle sorelle che – invece – si azzuffano fra loro su abitudini e futilità ma, quando si tratta di far fronte comune per dimostrare con parole zuccherose ed esagerate il loro amore al padre (o, in separata sede per criticarne la manipolazione e il predominio), sono solidali e schierate.

Goneril è la più conformista: si aspetta qualcosa di importante da quella convocazione, qualcosa che potrebbe cambiarle la vita: denaro e potere; Regan, invece, gioca alla ribelle, dichiara di non aver alcun interesse per quell’incontro, anzi, si sente come assoggettata al richiamo del padrone come un cane obbediente.

Parole, azioni, carte da poker, un abito antico, un tavolo da gioco, liquori, racconti, tutto riporta all’antica leggenda della mitologia britannica, che Shakespeare ha reso il suo testamento poetico.

Il ricordo passa in rassegna tutta la loro vita: l’insopportabile brodo della cena, le passeggiate con la sorella piccola, i matrimoni, la morte della madre, l’autorità con cui il vecchio prova ancora ad imporsi, il suo declino, la sua demenza e il riversarsi di questa sulle figlie.

Anche questa Cordelia verrà scacciata, mentre le altre due tenteranno di “sistemare” il vecchio genitora in una RSA di lusso (seppur sempre troppo costosa per la loro cupidigia), ma nessuna riuscirà a risolvere il gioco al massacro e la violenza atavica della consanguineità.

Ma davvero oggi, l’incombere della famiglia, il dover attendere il proprio turno, la necessità che giunga il tempo del passaggio (di beni, di spazi, o di possibilità) alle nuove generazioni, possiede la stessa terrifica potenza che promana dal Re Lear originale?

L’essere figlia, per queste tre donne – nessuna con una reale identità o forza morale – sembra giocarsi più sull’ombelicale dispiacere di dover comunque prendersi qualche responsabilità, che sulla brama di potere, di dominio di totale possesso.

Goneril, Regan e Cordelia, le tre Figlie del Re mostrano la corda e la vacuità del nostro tempo e, anche, l’abitudine che le nuove drammaturgie hanno di concentrarsi sui piccoli fatti interiori, senza aver mai l’ispirazione di guardare più oltre, di uscire fuori dal proprio corpo, dal proprio spazio, dai propri limiti.

L’interpretazione di tutte e tre le attrici è impeccabile (con un particolare riconoscimento a Giorgia Serrao per il registro grottesco e in parte comico con cui interpreta il suo personaggio); la regia accurata e ritmica (anche se l’indulgere all’uso delle voci registrate appesantisce un po’ la narrazione), ma nella scrittura c’è un’intima resa a calarsi nelle proprie, disturbate abitudini.

Essere figlie oggi, significa sì, trovarsi cariche della fine dei propri genitori, ma soprattutto perché non esiste più una collettività con cui condividere il peso e il rischio; allora, perché non raccontare questo, invece di guardare solo alla fatica, al dolore, alla leggerezza negata?

A tutti i figli viene chiesto di pagare un debito del quale non conoscono i motivi e che, probabilmente, non avrebbero mai contratto se avessero potuto decidere; se fossero stati soli.

Amiamo i nostri padri, dunque? In che misura?
Forse non bastano le parole poetiche che  raccontano di corpi, di anime, di perdono o di pietà della parola a mostrare l’universalità e la terribile forza dei legami di sangue.

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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