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Festival del pensare contemporaneo. Un invito a pensare insieme e a smarrirsi nella meraviglia. Intervista con Andrea Colamedici

di Isabella Moroni

Il Festival del Pensare Contemporaneo sciorina già al suo inizio numeri straordinari e ancor più intensi stimoli di riflessione, scambio, incontro, scontro.
Quattro giorni, oltre cento interventi e cinquanta eventi per avere l’occasione di sapere, imparare, sperimentare attivamente e immaginare le sfide del nostro tempo, quello che ci sta succedendo intorno e, infine, per ragionare sulla società che vorremmo.
Il filo conduttore è una frase dalle sfaccettature magiche: reimparare a pensare cosa quasi impensabile per un momento storico in cui i pensieri arrivano da luoghi molto lontani dal cuore (o dalla mente).
Il Festival, curato da Alessandro Fusacchia ha la direzione filosofica di Tlon, ed è proprio con Andrea Colamedici che approfondiamo il significato e la capacità costruttiva del progetto.

immagine per Festival el pensare contemporaneo. Intervista con Andrea Colamedici

Cosa è il pensare contemporaneo e quanto rappresenta la collettività?

Il pensare contemporaneo è un insieme di riflessioni, teorie e pratiche che cercano di interpretare e rispondere alle sfide uniche del nostro tempo, così da abitare con maggior consapevolezza e serenità la complessità che ci circonda.

È un pensiero necessario per non cadere in quella che Bauman chiamava retrotopia, ossia la tendenza a idealizzare il passato e a posizionarlo al posto del futuro, in mancanza di coraggio e alternative. In termini di rappresentazione della collettività, pensare contemporaneo oggi significa innanzitutto pensare insieme, pensare con l’altro e quindi sia insieme all’altro che attraverso l’altro.

Quali sono i macroargomenti che verranno trattati nel Festival?

Il Festival del Pensare Contemporaneo di Piacenza si propone di essere un crogiuolo di idee e discussioni.

I macroargomenti saranno Filosofia e Etica, per esplorare le grandi questioni morali e filosofiche che affrontiamo oggigiorno, in particolare attraverso le lenti della letteratura, dell’arte, della poesia e della musica.

E poi Intelligenza Artificiale e Tecnologia, per discutere il ruolo e l’impatto delle nuove tecnologie nella società, avendo cura di non ricadere né tra gli apocalittici né tra gli integrati, evitando quindi di respingere o accogliere acriticamente le innovazioni.

Sarà centrale il tema della parità di Genere, per portare un focus sulle questioni di genere e sulla violenza sulle donne, nonché sui temi della Diversity&Inclusion.

Infine, ma non per questo meno importante, un macroargomento sarà quello della Sostenibilità ambientale, per riflettere concretamente sul nostro rapporto con il pianeta e sulle possibilità di costruire un futuro più sostenibile.

immagine per Andrea Colamedici
Andrea Colamedici

Arte e pensiero sembra essere uno dei dialoghi più costruttivi e alla portata di tutti, soprattutto quando l’arte è rappresentata dalla musica.

Secondo te la musica produce un cambiamento o anche, solo, predispone a una visione diversa? E perché?

La musica ha il potere unico di connettere le persone oltre le barriere linguistiche e culturali.

Chi lavora con il pensiero – intellettuali, giornalisti e giornaliste, scrittori e scrittrici – può trarre un enorme giovamento dall’ibridare le proprie riflessioni con le opere di cantanti e musicisti capaci di produrre un linguaggio universale, esplorando in questo modo emozioni, idee e concetti in maniera immediata e potente.

D’altra parte i musicisti hanno bisogno dei pensatori per scompattare le cartelle zippate delle proprie canzoni quanto gli intellettuali hanno necessità della musica per rendere più efficace e vivo il proprio pensiero.

In questi anni ho avuto molte volte la fortuna di dialogare pubblicamente con molti dei miei musicisti italiani preferiti, da Niccolò Fabi a La Rappresentante di Lista, da Samuele Bersani a Vinicio Capossela, e un po’ alla volta è nata l’idea del “concerto filosofico”, in cui l’esibizione musicale funge da spunto per riflettere insieme sui grandi temi dell’esistenza, e il pensiero accompagna fino al punto in cui le parole devono necessariamente fare un passo indietro e lasciar “parlare” la musica.

Molto interessante è l’aver scelto di mettere a confronto persone con età ed esperienze diverse.

Come avete impostato questo dialogo e su quali argomenti in particolare? E, per curiosità, com’è lo stato di salute attuale del rapporto intergenerazionale? Si riescono a superare gli schemi mentali e i bias? Chi ci riesce meglio?

Il dialogo intergenerazionale è uno dei cardini del Festival. Abbiamo impostato questo dialogo attraverso una serie di panel, workshop e discussioni che includono partecipanti di tutte le età, dai giovani studenti agli esperti affermati nel loro campo.

Gli argomenti per questi dialoghi saranno vari, ma con un focus su questioni come il cambiamento climatico, la tecnologia, la parità di genere e la giustizia sociale.

Per quanto riguarda lo stato di salute del rapporto intergenerazionale, c’è un crescente riconoscimento dell’importanza di ascoltare e imparare da tutte le generazioni, di non descrivere le persone soltanto in funzione alla propria età.

E, ancora più a fondo, è il momento per giocare a scoprire il lato opposto del proprio stereotipo: ossia, per esempio, la saggezza dei ragazzi e il desiderio degli anziani.
Questo sta già cominciando ad accadere in giro, e mi pare sia uno dei più interessanti segnali di miglioramento dello stato di salute del rapporto intergenerazionale.

Superare schemi mentali e bias è una sfida continua, e richiede un impegno attivo da parte di tutti i partecipanti. E mi pare che, al momento, tra gli anziani vi siano quelli che rispondono meglio alla messa in crisi dei pregiudizi sulla propria generazione.

Altrettanto stimolante è l’apertura ad alcuni argomenti scientifici. Come avete immaginato di trattarli? Fra dogma (se lo dice la scienza è parola di Dio) e  complottismo c’è la realtà del metodo scientifico che prevede la sperimentazione, un’abitudine che dovrebbe essere applicata in tutti i campi…

L’approccio del Festival agli argomenti scientifici è centrato proprio sull’importanza del metodo scientifico come strumento per la scoperta e la comprensione.

L’obiettivo è evitare sia il dogmatismo che il complottismo, promuovendo invece un dibattito equilibrato che tenga conto della complessità e della natura evolutiva della conoscenza scientifica.

Saranno organizzati panel e workshop che esplorano come la scienza può informare la filosofia, l’etica e la politica, e viceversa. “Esperto”, del resto, deriva da expĕrtum, participio passato di experīri, ossia “esperire, sperimentare”. L’esperto è chi ha sperimentato, non è semplicemente chi “sa”.

Si evita il dogmatismo solo facendo esperienza diretta, e calandosi in una rete di relazioni tra pari che si impegnano a mettersi alla prova a vicenda, sempre nel pieno rispetto dell’altro.

Nel seguire il dibattito culturale e sociale contemporaneo resta viva la sensazione che si propongano modelli che puntano alla perfezione, all’equità, alla giustizia, all’emersione di quello che resta sempre sul fondo. Eppure tutto sembra utopistico. Sì, certo: siamo realisti, vogliamo l’impossibile, ma oltre a questo grido di battaglia le persone continuano a rimanere deluse, povere, impaurite, in competizione.

Secondo te è possibile interagire con chi prende le decisioni affinché tutto questo si trasformi in benefici per la popolazione o si rischia che anche le buone idee restino un qualcosa di inarrivabile e quindi oggetto di delusione e di misura negativa?

La questione che sollevi è profondamente radicata nelle tensioni tra ideali e realtà, tra aspirazioni e limitazioni concrete. Il dibattito culturale e sociale contemporaneo è effettivamente pervaso da modelli e visioni che aspirano a una sorta di “perfezione”, senza la quale si viene sostanzialmente scartati.

Il fatto è che, come giustamente osservi, c’è una distanza significativa tra questi ideali e la realtà quotidiana delle persone: facciamo molta fatica ad ammettere le nostre mediocrità, e abitando una competizione perenne ci ritroviamo costantemente delusi da noi stessi e dagli altri.

Secondo me l’interazione con chi prende le decisioni è fondamentale. Altrimenti il risentimento continuerà a salire, fino a trasformarsi in una rabbia generalizzata che sfocerà quasi certamente – persino in un paese incapace di rivolte come il nostro – in grossi guai sociali.

Se la parola ha potere, i libri sia come narrazione, sia come mezzo di comunicazione saranno il lasciapassare per questo futuro da costruire, per questa contemporaneità da cominciare a vivere?

I libri e la narrazione hanno e avranno un ruolo fondamentale nel plasmare la nostra comprensione del mondo e nel fornire gli strumenti per navigare la complessità della vita contemporanea.

Il Festival includerà a questo proposito sessioni dedicate all’importanza della letteratura e della scrittura come mezzi per esplorare e affrontare le sfide del nostro tempo, dalla crisi ambientale alla disuguaglianza sociale, e per esercitarsi all’intensità.

Come gli studi di Maryanne Wolf hanno dimostrato, la capacità di leggere su carta incide profondamente nella creazione di quel corpus valoriale e cognitivo che genera concretamente il senso dell’umanità.

Il libro in sé rappresenta, poi, un invito paradossale allo smarrimento e al contempo alla concentrazione: è un esercizio di meraviglia capace di tenerci al sicuro quando il mare è mosso.

Al Festival saranno presenti istituzioni, amministrazioni, scuole, associazioni, università sono tutte chiamate a dare un contributo che, nel programma, è definito “concreto”.

Ma questi enti, famosi per essere non molto elastici, secondo te sono pronti a mettersi in discussione o, meglio ancora, a intuire le necessità che cercano risposte nuove, quindi non siano standard, prefabbricate, organizzate secondo il concetto di contemporaneità dei comunicatori di professione che sembrano non avere alcun interesse, voglia o piacere di farle diventare realtà.

In questi dialoghi sarà dunque possibile un confronto con chi ha il potere di sostenere il cambiamento che non resti soltanto un’esposizione di buone intenzioni?

Le istituzioni sono spesso criticate per la loro rigidità e resistenza al cambiamento, ma sono spesso abitate da persone che ne conoscono bene i limiti, e hanno contezza della necessità di adottare approcci più innovativi e flessibili.

Bisogna mettere in rete queste persone e fornire loro gli strumenti affinché possano credere al cambiamento e operarlo davvero. Perché sia delle buone intenzioni che della disillusione, a questo punto della storia, non ce ne facciamo nulla.

Non possiamo costringere nessuno al dialogo, ma abbiamo il dovere di stigmatizzare chi al confronto si sottrae e chi usa l’agone pubblico solo come palcoscenico dei propri interessi.

L’assuefazione alla negatività a volte sembra essere dovuta al fatto che non riusciamo mai a conoscere fino in fondo la realtà. Forse basterebbe un racconto più articolato che facesse parlare gli eventi e non coloro che li creano e non desse per scontato ciò che è disumano.

Durante il Festival ci sarà spazio per ragionare anche di ciò che ci allontana dalla meraviglia (che è stata il tema del libro che hai scritto con Maura Gancitano in tempi in cui era ancora un argomento raro)?

La tendenza a focalizzarsi sulla negatività è spesso un prodotto della nostra esposizione a notizie e informazioni che enfatizzano gli aspetti negativi della realtà, ed è anche figlia delle promesse di benessere e felicità oggettivamente irrealizzate.

Il Festival intende offrire un contrappunto a questa tendenza, creando uno spazio per esplorare le potenzialità positive e proattive delle soluzioni ai problemi che affrontiamo. Ci sarà occasione per discutere di come possiamo riavvicinarci alla meraviglia e all’umanità in maniere molto diverse. Alcune più ovvie, come la montagna, il buon cibo, la preghiera, il viaggio, la cura dell’altro e di sé, che ci riconsegnano al meraviglioso allontanandoci dall’ordinario.

Altre più inaspettate, come l’intelligenza artificiale, il rap, i podcast, l’ecoattivismo: elementi del contemporaneo che possiedono, a uno sguardo accorto, un futuro ancestrale di cui oggi abbiamo davvero bisogno.

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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