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Alle spalle degli dei. L’arte per filo e per segno di Marco Berrettoni

data dell'evento
5 Novembre 2025

La decima edizione di Rome Art Week (L’arte diffusa per la città), progetto unico, libero, ovviamente perfettibile, fra le proposte sparse nei molteplici cammini per la città, vede, negli spazi della Galleria ArtSharing Roma uno speciale, la mostra dell’artista Marco Berrettoni dal titolo Alle spalle degli dei, curata da Penelope Filacchione.

immagine per foto Marco Berrettoni
foto Marco Berrettoni

Marco Berrettoni è un maestro della tintura, dell’invecchiamento e dell’elaborazione dei tessuti.
Quasi sempre dietro le quinte di film d’autore (Mauro Bolognini, Ermanno Olmi, Kevin Reynolds, Matteo Garrone, Gianni Amelio, Joe Wright, Ridley Scott, Mel Gibson…) e di spettacoli teatrali, ha un rapporto speciale con le stoffe che si trasformano nella loro stessa natura.

Questa è la sua prima mostra personale: “un insieme di reminiscenze vissute o ricostruite, accumulate fino a comporre una personale visione del mondo e dei rapporto con gli altri” -come sottolinea la curatrice nella sua nota critica- ma anche un’apertura fra il fuori e il dentro, fra quello che l’occhio percepisce e quello che l’anima elabora.

Ne parliamo con l’autore.

Alle spalle degli dèi. Perché questo titolo? Stare alle loro spalle è una posizione protetta oppure un segno di comando? Chi sta alle spalle degli dèi è forse il loro marionettista?

Non mi sento assolutamente marionettista di nessuno. La mia è una posizione di comodo, un po’ codarda, forse, ma allo stesso tempo curiosa: meglio alle spalle degli dèi che comunque ti proteggono. Così tu puoi vedere il mondo con uno sguardo privilegiato, perché vedi delle cose che magari i comuni mortali non vedrebbero. Però è vera protezione: come i neonati africani che stanno sulle spalle dei genitori.

immagine per foto Ilaria Di Giustili
foto Ilaria Di Giustili

Parlaci del tuo percorso, sia di quello segreto e sotterraneo e di come ha convissuto e convive contemporaneamente all’altro pubblico lavorativo e visibile.

Il mio percorso sotterraneo è simile a una tubatura dell’acqua nei palazzi o nelle strade, nel senso che c’è sempre -per forza di cose- qualcosa della propria vita che va oltre ciò che si manifesta fuori e che può essere l’io pubblico, professionale, lavorativo. Quello più emotivo, emozionale, esoterico, è invece qualcosa che riguarda il proprio spazio nel mondo, nella vita, è quello che vogliamo che la vita ci dia, è quello che noi vogliamo prendere dalla vita.

Per cui il percorso sotterraneo, quello che mi lega al resto, è l’idea di attraversare la vita in diagonale. Mi piace come definizione perché è passare attraverso le cose senza scontrarcisi ma senza neanche defilarsi.

Quindi qualsiasi cosa io abbia fatto, professionalmente ma anche umanamente, rientra in questa definizione. In diagonale: ci sto però nello stesso tempo un po’ schivo e un po’ entro… che è la stessa cosa di alle spalle degli dèi.

Come la diagonale nella danza. Attraverso lo spazio, non sto fermo, mi muovo ma non sono in contrapposizione; quello che mi capita non è un ostacolo da superare, ma un ostacolo da attraversare, da vedere, prenderne coscienza e andare oltre.

immagine per foto Ilaria Di Giustili
foto Marco Berrettoni

Le opere esposte sono molto diverse le une dalle altre. Le prime, cronologicamente parlando, hanno un segno divertente, ironico, in apparenza fumettistico, eppure nascondono qualcosa che assomiglia a uno spavento, a una domanda irrisolta. In seguito tutto si rarefà e iniziano i segni, gli alfabeti, che richiamano natura, acqua, notte. Cosa ti ha spinto a intraprendere questa costruzione di significati? E quanto si è evoluta e si sta evolvendo con il trascorrere della tua vita?

Mi fa molto piacere che tu abbia visto nelle pieghe dei segni il senso dello spavento perché è proprio quello che c’è nelle opere che sono esposte in questa mostra. È cambiato totalmente il punto di vista perché sono passati tantissimi anni: le prime cose che sono dei ritratti, direi anche autoritratti, sono quasi adolescenziali e quando uno è adolescente o, comunque, si sta costruendo un’identità, l’unica cosa alla quale può fare riferimento è se stesso; è come dire egocentrico, egoriferito, ombelicale, per cui esplora il mondo solo attraverso ciò che è, e non riesce quasi neanche a vedere oltre.

Per questo si mette nascosto dietro le spalle degli dèi perché vuole vedere, ma magari non ha la forza necessaria per affrontarlo e quindi si analizza attraverso l’autoritratto. Ma non è solo questo lo spirito delle facce che ho dipinto, perché ci sono anche le facce del mondo esterno che ci spaventano, gli altri.

Poi cambi, ti evolvi e quindi sei più sicuro di te stesso, non sei più egoriferito e cominci a guardare il resto. E il resto che ti interessa, quello più sano di tutti, per me è la natura ed ecco venire fuori i paesaggi.

C’è questo senso per me, non so se si riesce davvero a cogliere all’interno di quei segni che sono un po’ alfabeti, un po’ geroglifici, un po’ degli ideogrammi… per me, però, sono dei piccoli paesaggi, anche ripetitivi, anche sempre lo stesso elemento rivisto diecimila volte. Nello scandire delle giornate, ma non solo.

È il vedere la stessa cosa più volte nel tempo, ripassare in uno stesso posto e vedere, che so, un paesaggio di mare, un fiume, un lago.

La cosa che mi affascina nella ripetizione è un concetto che fa parte del teatro danza come diceva Pina Bausch: se si vuole parlare di una mela, non si mette una mela grande sul palcoscenico e si parla solo di quella, ma si mettono 100 mele, ognuna diversa, quella gialla, quella rossa, che sono sempre mele, ma tu puoi fare la tua sintesi raccontando che cos’è la mela per te e quale scegli, e per me questi foglietti, o questi piccoli quaderni di appunti sono la ripetizione di un gesto, ma che anche di un’immagine e tutti insieme raccontano il senso di quel paesaggio.
immagine per foto Ilaria Di Giustili
foto Ilaria Di Giustili

Fra le opere non pittoriche in mostra ci sono i due lavori di rammendo e ricamo. La materia li rende vivi, ma al di là di quello che mostrano, il tuo rapporto con queste opere sembra soprattutto un dialogo con il filo e le sue infinite forme e potenzialità, un lavoro cominciato alcuni lustri fa. Quali e quante possibilità vedi in un filo? Come nasce questo dialogo?

Il filo è stata una scoperta: venendo da un mondo dove comunque in casa i fili erano molto presenti poiché mia madre era una sarta, nel mio desiderio di disegnare mi si resi conto che il filo rappresentava un segno oltre che uno strumento per unire due cose, due pezzi di stoffa per creare un’altra cosa ancora. Per me il filo è come una matita. L’ho sempre visto come una matita.

Ognuno ha le sue ossessioni, le sue ripetizioni. Per me la matita, il segno, sono sempre la stessa cosa: la ripetizione. E il filo è esattamente la stessa cosa di una matita e quindi mi aiuta a disegnare -in modo diverso però- un’emozione che magari provo in quel momento.

Col filo, poi, comunque costruisci un mondo tridimensionale e quindi anche là c’è un passaggio dall’io al paesaggio, alla tridimensionalità e finalmente quel paesaggio, oltre a essere un’immagine diventa un corpo, un oggetto, qualcosa in cui puoi entrarci dentro, ti ci puoi muovere, ti ci puoi vestire, puoi possedere.

Non è più una cosa fissa, attaccata a un muro, ma è una cosa che ti porti appresso e in qualche modo quell’oggetto, quella cosa ricamata, rammendata rappresenta la tua identità. C’è una storia dentro di te che puoi portare nel quotidiano e che non è fissa.

E tutte le opere nuove che sto realizzando, questi fogli che costruiscono come una griglia, per me è fondamentale che non siano inchiodate al muro, ma che abbiano un’ombra dietro, che abbiano comunque una possibilità di essere visti o intravisti anche da dietro in modo da creare questa profondità che c’è in un vestito, in un oggetto, in qualcosa che si indossa.

immagine per foto Ilaria Di Giustili
foto Ilaria Di Giustili

Cosa ti ha spinto a decidere di esporre questi momenti di vita e di arte? Che futuro pensi si sia aprendo per te? Lo immagini o lo sogni?

Sono cambiate tante cose nella vita privata, personale, intima: il tempo che passa, alcune paure che si cancellano, non hanno più necessità di essere portate sempre appresso. Inoltre, avvicinandosi ad una fase diciamo, di terza età, scopri un senso di libertà che ti fa dire “perché no?” e questo “perché no” è proprio una liberazione: puoi dire liberamente quello che pensi, ma non in maniera gratuita, ma per esprimere il tuo pensiero, condividerlo, esporlo.

Quando, molti anni fa, ho partecipato a iniziative e mostre particolari, anche solo di un giorno dove presentavo altri tipi di lavori, mi ricordo di aver sentito un grandissimo disagio perché era come se si trattasse di qualcosa staccato da me, come se fosse veramente prematuro.

In questa occasione, che considero un regalo meraviglioso che mi ha voluto fare Penelope, invece ho sentito una grande liberazione, uno stare bene, una serenità. Posso esporre senza pudore, senza malizia, senza problematiche anche cose estremamente intime, perché in quei quaderni ci sono delle cose molto profonde, una parte di quei disegni sono proprio dei ricordi traumatici dell’infanzia… Ma ora non ho più paura, c’è una sorta di stacco che cancella la paura di doverli raccontare perché ormai è qualcosa che è stato vissuto, ormai stanno in un quaderno, stanno in una libreria nella mia casa. Non è più carne fresca strappata alle ossa di un corpo sanguinante, non c’è più quel senso di lacerazione.

Però non penso al futuro, non lo immagino, non lo so. Vorrei continuare sempre a fare le cose che amo e basta, nel senso che vorrei anche avere la libertà di continuare a farle e la forza di continuare a farle. E poi penso sempre che il futuro sia talmente imprevedibile che magari, poi, sarà totalmente diverso da come lo sto immaginando e farò delle cose totalmente diverse rispetto a quelle che ho fatto fino adesso.

Certo, la vita è quello che accade mentre tu stai facendo qualche altra cosa, però quando sei ragazzino pensi: “cosa farò da grande?” e dopo dici: “cosa avresti voluto fare?” E allora, c’è una cosa che mi dico sempre quando penso a cosa avrei voluto saper fare nella vita: mi sarebbe piaciuto tanto fare i miracoli. Quello è il mio desiderio più grande. Fare miracoli per la strada, per le persone che hanno difficoltà o anche solo per cambiare, trasformare una situazione… che lavoro stupendo sarebbe. E mi piace continuare a credere che si possa fare. Questo è il sogno.

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.