Il Natale di Harry testo spietato e toccante di Steven Berkoff apre la seconda parte della stagione di Teatrosophia con l’interpretazione di Mauro Toscanelli e la regia di Antonio Foti.
Berkoff, artista politico visionario e iconoclasta, oppositore delle istituzioni, in questo testo esplora il tema della solitudine, del disagio interiore e dell’alienazione, soprattutto durante il periodo natalizio.
Il testo si presta ad una messinscena drammatica e al contempo grottesca che gli consente di arrivare alla sensibilità dello spettatore e alla sua partecipazione in prima persona.
Ne abbiamo parlato con Mauro Toscanelli.

Cosa ti ha colpito in questo testo di Berkoff, e perché?
Tutta la drammaturgia di Berkoff ha in comune la caratteristica di coniugare fattispecie di vite quotidiane, spesso alla deriva, con temi riguardanti l’interiorità più profonda dell’essere umano. E Berkoff riesce a farlo con un’armonia e un’ironia estremamente dissacrante. In particolare nel testo rappresentato, si scandaglia, quasi vivisezionandolo, l’animo di un uomo che vive in solitudine, ma raccontandolo attraverso una forma caleidoscopica dove il grottesco, il comico, il dramma e la tragedia coesistono in modo perfetto e compiuto.
Quali degli aspetti della vita contemporanea che l’autore esamina con spietatezza hai voluto portare alla luce?
Insieme al regista Antonio Foti, abbiamo sviluppato un lavoro, durato più di quattro mesi, durante i quali, tra analisi del testo e costruzione del personaggio, ci siamo focalizzati su un aspetto in particolare: portare alla luce il perché Harry, il protagonista, è arrivato a cinquant’anni a quel punto estremo di solitudine, quali potessero essere le concause che lo hanno portato a vivere una situazione straniante e distaccata dal tessuto sociale. Un altro aspetto, oggetto del lavoro svolto, è stato quello di evidenziare la totale misoginia del personaggio e il suo rapporto con il mondo femminile in generale.
Nonostante sia stata scritta negli anni ’80 questa drammaturgia sembra assolutamente attuale, forse ha agganci nella realtà ancora di più forti di allora. La solitudine, certamente, ma anche l’esclusione sociale di chi per un qualsivoglia motivo è solo, cosa che – oltretutto – non succede soltanto durante le feste. Quale sentimento è stato più semplice da mettere in scena e quale più difficile?
Sicuramente durante il Natale in ogni individuo la pressione sociale e l’istinto di emulazione si fanno più acuti, più potenti. E questo esaspera ancor di più il senso di solitudine. Per me è stato più semplice raccontare questo aspetto della vita di Harry, agevolato sicuramente dalla compresenza in scena del suo alter ego, ovvero la sua coscienza che continuamente e ossessivamente lo puntella, rinfacciandogli perentoriamente il suo stato di uomo alla deriva, i suoi difetti, le sue innumerevoli debolezze. Il sentimento più complesso da rappresentare è stato quello della resa finale di Harry, poiché è l’elemento che, personalmente, non mi appartiene e, quindi, è il più lontano da me.

Quanto è importante la comicità o, meglio, il grottesco per arrivare a toccare la sensibilità degli spettatori?
Fin dalla mia formazione teatrale ho sempre prediletto il genere grottesco (soprattutto nel suo filone “assurdo”), poiché rappresenta quel filo sottile dove la commedia si fonde con la tragedia. Il pubblico è stato sempre affascinato dal genere grottesco proprio perché mette in scena, raccontandoli, questi due aspetti che connotano la vita di ciascuno di noi e dove, ciascuno di noi, si vede riflesso.
Il Natale, però, oggi sembra cominciare a non essere più così soverchiante. In molti cominciano a prendere le distanze dai doveri della celebrazione e del divertimento. C’è una speranza che tutti gli Harry del mondo (e con loro noi tutti) possano, prima o poi trovare un modo per riprendersi la propria consistenza di essere umani e quella felicità reale che spesso neanche conosciamo?
È vero che negli ultimi anni stiamo assistendo ad una maggiore “laicità” rispetto alla sacralità degli obblighi connessi al Natale; tuttavia il sentimento della solitudine, durante le feste natalizie, trascende queste manifestazioni e pervade inevitabilmente ogni essere umano, a prescindere che lo trascorra in compagnia o meno. Sfido chiunque a non aver percepito durante le feste, quando la fibrillazione collettiva raggiunge il suo apice, un frammento di solitudine, ancorché in compagnia.
Personalmente ritengo che il raggiungimento della propria struttura di essere umano e della felicità reale, sia possibile solo attraverso un profondo percorso di conoscenza di se stessi, di affrancamento dall’attaccamento ai beni materiali, di compassione verso le vite degli altri, di pratica quotidiana della gentilezza e del rispetto altrui. Tutti aspetti di cui il nostro Harry è più o meno privo.
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.









