Arriva a Roma dopo un tour che l’ha portato da New York a Milano e a Catania, Le Giovanne (un’eresia cosmica), lo spettacolo scritto e interpretato dall’attrice argentina Agustina Toia per la regia di Severo Callaci.
In scena per una sola data al Teatro Abarico (Via dei Sabelli, 116 ) venerdì 11 novembre alle ore 21.00, lo spettacolo è ispirato alle vite di Juana Manso, Giovanna la Pazza, Giovanna D’Arco, Juana Azurduy, La Papessa Giovanna, Giovanna Marturano, Juana de Ibarboreau e Suon Juana Inés de la Cruz, tutte donne che combatterono per i propri ideali, accettando i rischi, le persecuzioni e gli orrori della vita attiva, appassionata e libera che avevano scelto.
Dichiarato patrimonio culturale a Santa Fe, Le Giovanne ha ricevuto diversi premi e menzioni e ovunque viene rappresentato è amato moltissimo dal pubblico.
Di questo successo e delle motivazioni che lo guidano parliamo con Agustina Toia.
Da quale ricerca, da quale sentimento nasce questo spettacolo?
Questo lavoro nasce da un profondo desiderio di affrontare l’universo femminile. Le vite di queste Giovanne mi rappresentano personalmente in molti aspetti ed è in questo riconoscermi che le invoco, le penso, le scrivo. Le loro vite come punto di partenza verso il mio mondo più intimo.
Il fatto che Le Giovanne portino lo stesso nome e curiosamente siano state vittime delle stesse accuse oltre a essere precorritrici delle stesse idee su entrambe le sponde dell’oceano, è stato un importante spunto per me che tornavo in Argentina dopo aver vissuto sette anni in Europa.
Era una opportunità di riconciliazione tra le mie due patrie: quattro Giovanne latinoamericane e quattro Giovanne europee. Un nome comune per cancellare i confini e cercare l’unità.
Le Giovanne è un monologo che scrivo dal 2015. In tutti questi anni ho fatto molte ricerche, ho letto le loro poesie, i loro trattati, le loro biografie, sono andata fisicamente nei luoghi dove sono state rinchiuse o bruciate, sono stata nei musei che ne conservano i misteri e le reliquie, o nelle piazze dove si sono manifestate, nei territori che hanno difeso, nelle loro case…
Cosa accomuna le “Giovanne” di cui racconti?
Ognuna di loro ha lottato per difendere i propri ideali, ciascuna con la sua arma: la penna, la spada, la parola, la militanza politica, la fede.
Lo spettacolo, attraverso un linguaggio fisico e poetico, sottolinea le situazioni e gli universi che le uniscono: la politica, la giustizia, la follia, l’aborto, il travestimento, la maternità, il desiderio, la lotta, il femminismo, la patria, le contraddizioni della storia, la poesia, la libertà, dà loro un’opportunità per dire ciò che non hanno potuto dire.
Tutte le Giovanne si ribellarono ai loro tempi: subirono processi e condanne, furono le prime donne a scrivere, vissero in prigione e in convento, andarono in guerra, liberarono i loro paesi e le loro anime, soffrirono follemente per amore, credettero nei loro istinti e andarono avanti seguendo i loro sogni, furono assassinate dall’Inquisizione, finirono in assoluta povertà ma vennero anche stampate sulle banconote dei loro paesi. Alcune sono state sepolte sotto altro nome, altre hanno dovuto nascondere la loro identità dietro uno pseudonimo o l’apparenza di un uomo per sfuggire al loro destino; molte di loro subirono violenze domestiche, dipendenze e soprusi, altre sono state censurate e dimenticate dalla storia, ma le loro tracce sono rimaste impresse nella storia non ufficiale, avvolte da una grandissima aura mitica.
Tutte le Giovanne sono scomparse, eppure c’è ancora molto da dire e questo lavoro cerca di recuperare la forza di quel grido che non hanno potuto pronunciare.
Quale Giovanna ti è più cara?
La Papessa, lei é la mia preferita, mi diverto molto a farla.
Lei, come personaggio, è nata dalla follia, dall’indignazione e dalle contradizioni della storia.
Esce dalla tomba 1200 anni dopo la sua morte incazzata nera perché hanno nascosto la sua vera identità una volta scoperto che si trattava di una donna e non di un uomo. Giovanni VIII dice la tomba, non Giovanna.
Ricoperta di polvere vaga per il cimitero in cerca di ricordi.
Da quando ho conosciuto la sua storia mi sono appassionata.
Sono andata fino in Vaticano a cercare la sua vera realtà. Oggi la troviamo sulla carta dei Tarocchi e rapresenta la sagezza feminile, la volontà, l’universo materale e spirituale.
Quale è stata più difficile da raccontare?
Giovanna D’Arco. Quando abbiamo cominciato a usare il corpo nelle prove, lei da sola prendeva metà dello spettacolo.
La sua vita è stata tanto breve, ma così ricca che non riuscivamo a sintetizzare: la sua infanzia in campagna, la guerra, il processo di condanna, il rogo. Anche perché aveva tanto a che vedere con la mia vita personale. Anche io sono cresciuta in un piccolo paese di campagna, con tanti maschi intorno e sentivo fin da piccola, quella voce interna che mi guidava, quella voce che l’ha perseguitata fino alla morte, la sua volontà, la sua convinzione, e coraggio.
All’inizio pensavamo di raccontarla al tempo della sua infanzia, ma poi, per poter racontare anche il passato, abbiamo dovuto scegliere un altro momento della sua vita. Dal punto di vista della recitazione è stata una sfida molto grande, perché la sua scena è fatta di quattro scene diverse, e c’è anche la costruzione di un personagio maschile: il carnefice che la manda al rogo.
Lei anche ha visuto tanto le contraddizioni della storia: bruciata dalla Santa Inquisizione, è diventata la Santa Patrona di Francia.
Come hai “cucito” insieme una drammaturgia per parlare di donne che vengono da tempi e da ambienti differenti?
Lo spettacolo è un viaggio nella storia. In tutti i tempi vediamo che la condizione della donna è stata sempre un po’ ignorata.
Dal punto di vista della drammaturgia abbiamo elaborato questo concetto anche con i costumi, la scenografia e gli oggetti.
In scena c’è un vestito bianco gigante che tutte le Giovanne indossano, ma che ognuna trasforma per la propria scena in pantaloni, manto papale, camicia da notte, abito da suora… Il vestito si trasforma anche in culla, bandiera, tovaglia, striscione, cavallo, camicia di forza…
Anche la scenografia è in continua trasformazione come un quadro dipinto dal vivo, così come gli oggetti che ogni Giovanna usa in modo diverso, rafforzando questa idea di unità ma acquisendo, di volta in volta, un nuovo significato. Tutta questa drammaturgia aiuta a tessere, unire. Così una padella è confessionale in una scena, specchio in un’altra e rogo dove si brucia la Giovanna in un’altra ancora.
In questo modo ognuna lascia la scena pronta per l’altra e, mentre si sviluppano le scene, il pubblico vede, infine, una donnache sta sistemando le cose nella sua casa, o che stende i panni sul terrazzo .
È stato difficile interpretare donne così diverse?
Un po’ sì. Sopratutto all’inizio é stato dificile differenziare questi otto corpi, queste otto voci, queste otto energie. Le Giovanne, inoltre, sono viste in diversi momenti della vita. C’è chi parla dalla giovinezza, chi dalla vecchiaia, chi dalla morte.
Noi facciamo un teatro fisico dove il corpo e la voce sono i veri protagonisti della costruzione drammaturgica. Le loro vite sono state un punto di partenza ma dentro ci sono anche io come persona. Con i miei ricordi, con le mie paure, con la mia storia e questo aiuta un po’ a vivere in scena queste donne a pronunciare le loro parole.
Ma poi é anche importante lasciare che ogni una sia libera, che il mio corpo sia solo un canale per poter lasciare a loro essere.
Quasi tutte queste donne hanno sovvertito il pensiero comune, ognuna con la sua caratteristica o il suo talento. Secondo te sono riuscite a cambiare qualcosa anche nella condizione della donna?
Le Giovanne hanno iniziato questo cammino d’uguaglianza, libertà e emancipazione da moltissimo tempo. Ognuna di loro ha visuto in un momento diverso della storia, ma gli obiettivi della loro lotta sono sempre gli stessi. La rivendicazione della parità di genere che oggi viviamo ha una lunga storia e le Giovanne sono state un po’ le precorritrici. Suor Juana Inés de la Cruz nel 1600 é stata una delle prime femministe. Juana Manso, la Giovanna argentina, ha scritto nel 1854 il primo trattato sulla emancipazione della donna, Giovanna Marturano ha lottato instancabilmente durante la resistenza italiana anche per i diritti della donna.
Come ti sei trovata in questa tournée italiana?
Molto bene. L’Italia é la mia seconda casa. Anche se a volte dubito che sia la prima. I miei antenati erano italiani che emigrarono in Argentina dopo l’unificazione italiana. Qui ho un grande pezzo della mia vita. Amici, fratelli del cuore, luoghi. Ho visuto qui anche nel periodo della mia formazione, perciò anche dal punto di vista professionale è molto importante: proprio qui ho studiato dal 2007 fino al 2014 insieme ai grandi maestri delle avanguardie teatrali del xx seccolo. È qui che ho capito e sperimentato questo modo di fare il mio mestiere attraverso diverse lingue e universi.
Poi in questi mesi in Italia sono sucesse cose molto belle con Le Giovanne.
La gente ci scrive per ringraziarci, per chiedere i pezzi di testo, per condividere pensieri. E questa è per noi la vera gioia. Perché crediamo in un teatro che ci rappresenti, invitandoci ad emozionarci, a superare i pregiudizi. Riuscire a trascendere con uno sguardo aperto e profondo, proponendo un territorio senza patria, dove tutti possiamo identificarci.
Il nostro è un teatro fisico, poetico, politico e popolare. Sempre con un piede nella realtà per poter elaborare la vita. Con ogni spettacolo cerchiamo di guarire un pezzo di noi stessi, e quando questo succede, anche un pezzo di mondo guarisce con noi.
Questo spettacolo è un’occasione per ripensare alle donne e ai posti che hanno occupato nella società nel corso della storia; un omaggio alla loro condizione, alla loro perseveranza e al loro coraggio.
Quali sono i tuoi progetti futuri? Su cosa stai lavorando o lavorerai al ritorno in Argentina?
Adesso come compagnia stiamo lavorando nell’adattamento del testo delle Giovanne, per la sceneggiatura d’un film e nella creazione di un nuovo spettacolo teatrale.
Io, parallelamente lavoro anche all’adattamento di un’altro spettacolo, il racconto El País del Ignorimio e sto scrivendo un nuovo spettacolo per Kashimà la compagnia che dirigo in Argentina.
Questo è il nostro mestiere. Cerchiamo di continuare ad arrichire i nostri universi, e poterlo portare per il mondo.
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
- Isabella Moroni
















Una risposta
La scelta di raccontare le Giovanne è un’intuizione felice: fa pensare a porzioni di metastoria, frammenti condensati in una specie di gioco ermeneutico. Avrei avuto piacere di assistere alla rappresentazione, comunque ho tratto molto diletto dalla lettura di questo articolo.