Ci sono atti teatrali che oltrepassano il senso stesso del Teatro e rappresentano dei limen, segnano le soglie, i limiti di un’espressione che racchiude in sé l’esperienza umana.
Tebe al tempo della febbre gialla portato in scena dall’Odin Teatret e presentato come un ultimo lavoro, un testamento parziale prima di ricominciare altro ed altrove, è esattamente questo: la conclusione (teatrale) di un secolo, di un periodo, di una poetica, ma anche di una tecnica di lavoro. Quello che arriverà poi sarà forse l’elaborazione di quanto creato, alla luce implacabile della contemporaneità.
Il primo indizio di questo attento confezionamento del passaggio è dato dalla dedica dello spettacolo.
Sul frontespizio del programma di sala, un rettangolo scuro formato da 68 nomi di persone che hanno accompagnato il lavoro e i doni dell’Odin Teatret e che ci hanno lasciati nel corso degli anni.
Lo spettacolo è dedicato a tutti loro: molti di questi li ho conosciuti, con qualcuno ho studiato. Sono e restano materia viva, azioni vive, carne viva.
Ancora. A Tebe. Mentre imperversa la febbre gialla.
Lo spettacolo nasce da molteplici idee e immaginari. Eugenio Barba racconta di aver pensato come prima cosa, all’inizio della costruzione del lavoro nel 2018, ad una storia d’amore per le lingue del mondo, soprattutto per quelle morte o per quelle che stanno scomparendo, per poi invece tornare, fra cambiamenti, allonanamenti e sospensioni, a concentrarsi sul mito. Inequiparabile ed ineffabile strumento di comunicazione. Antenato e carne di ciascun uomo che poi lo dimentica, non lo riconosce e, cercando di raccontarlo di nuovo, lo rende inconsapevole e inessenziale.
Tebe ed Edipo sono luoghi ricorrenti per l’Odin Teatret che, anche in questo (forse) ultimo spettacolo, torna a mettere in scena ricordi e sofferenza, avventura e distruzione, arroganza, veggenza, sangue e follia.
Nel giorno dopo l’ultima battaglia, la guerra tra i due figli di Edipo per il dominio di Tebe è terminata. La ribelle Antigona è stata punita per non aver rispettato le leggi della città.
Le famiglie seppelliscono i morti tra i quali si aggira il fantasma di Edipo. Creonte e Tiresia predispongono la pace. La Sfinge risale sul trono. Per i giovani è primavera, tempo di innamoramenti. Il futuro è frenesia di sole e oro: una febbre gialla.
A proposito della febbre gialla, Barba, in un’intervista con Anna Bandettini (la Repubblica) racconta il significato di questa frenesia: “Intorno al 1850 iniziarono a essere prodotti industrialmente colori che potevano essere conservati in tubetti. I pittori non dovevano più miscelare diversi ingredienti per arrivare alla tonalità cromatica desiderata. Due nuovi colori furono prodotti grazie ai progressi della tecnologia: il violetto e il giallo, che non erano frequenti nella pittura del passato. Guarda quanto giallo viene usato in quel periodo, una vera febbre. A questo allude il titolo dello spettacolo: una frenesia creativa”.
E tutto il giallo del sole, dell’oro, dei capelli biondi, dei campi di grano o di colza sono sciorinati nei teli che riproducono opere famose, innovative, straordinarie: da Klimt a Van Gogh, da Klee a Gauguin, da Miro a Munch, Matisse e ancora tanti altri.
Uno spettacolo nel quale puoi sorprenderti a sgranare gli occhi, a veder emergere ricordi sepolti, ad associare parole e passi brevi, corse e richiami al tuo personalissimo vissuto.
Così si fa il teatro.
Gli attori (Kai Bredholt, Roberta Carreri, Donald Kitt, Iben Nagel Rasmussen e Julia Varley) sono, in parte, gli stessi del nucleo fondativo dell’Odin Teatret. Questo significa che alcuni studiano, lavorano, provano, analizzano, propongono, viaggiano e scambiano visioni teatrali del mondo in cui viviamo da 58 anni, altri da poco meno.
La perfezione nella libertà del loro lavoro è sempre commovente.
Si è parlato del fatto che questi attori, che oggi hanno 70 e più anni, abbiano un’energia differente da quella potente e prepotente dei decenni passati.
Non amo mai misurarmi con l’età perché a ben guardare non conta davvero.
L’età serve a dipingere il gesto e il contenuto in maniera differente, serve a reimpostare i limiti e il loro superamento. A volte serve per arrivare dritti al cuore del racconto, senza doverne prima circumnavigare le coste.
Resta il fatto che non c’è passo, non c’è tono, non c’è modulazione della voce, armonico o ritualità che non parli di come deve essere fatto uno spettacolo teatrale che voglia davvero creare una comunicazione che vada oltre i significati, che permetta la lettura dei contenuti anche senza conoscerne la lingua.
Tebe al tempo della febbre gialla, ad esempio, è recitato in greco antico. Scandito a volte attraverso il canto, altre nell’ondeggiare del verso, altre dell’ironia. A volte emerge un nome o una parola conosciuta: Èdipo, thanatos, Sphígx, Antigòne… che permette un appiglio in più con il racconto, ma resta necessario abbandonarsi al suono delle parole e alle azioni per comprendere tutto. Fino in fondo.
Fino al momento in cui Eugenio Barba, con tutti gli attori immobili in un satz, attraverserà il palcoscenico per posare un bacio sulla fronte della piccola e potentissima Iben Nagel Rasmussen; le luci rosse delle lanterne si spegneranno e gli artisti usciranno per non tornare nel rito dei ringraziamenti.
Quando vidi per la prima volta questa (non) azione capii che il Teatro poteva essere tangibile e reale e il personaggio, per lo spettatore, non per forza doveva essere qualcos’altro, qualcun altro.
Che non occorreva dire è stata una finzione, che non aveva senso “liberare” gli spettatori dall’energia accumulata, dall’ansia, dalle domande, dai dubbi soltanto con un applauso e qualche inchino.
L’Odin Teatret non smetterà di costruire spettacoli, scambi e pedagogia teatrale. Con buona pace di chi dice che il mondo sta cambiando e che i vecchi attori non rappresentano più ciò che un teatro moderno deve essere in grado di fare.
Si dice che, pur avendo lasciato la sede di Holstebro abbiano preso una fattoria non distante.
Di certo a Lecce verrà inaugurato fra qualche giorno l’Archivio vivente delle Isole Galleggianti, un archivio-mostra-installazione interattivo che ospiterà centinaia di materiali e strutture: a partire dalla biblioteca di Eugenio Barba ad altri libri, documenti, video, film, set, oggetti, ecc.
E l’Odin Teatret, più vita che mito, continuerà nella sua strada.
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.


















