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Città/Inferno. Il carcere delle donne è tempo rappreso

di Isabella Moroni

Sono presenti come un ricordo, ossessive come una passione, instabili e feroci come una vita dimenticata le detenute di Città/Inferno, lo spettacolo della compagnia nO (Dance first. Think Later) liberamente ispirato a Nella Città, l’inferno il film di Renato Castellani con Anna Magnani e Giulietta Masina andato in scena a Roma al Teatro Sala Vignoli.

In verità le sei detenute di Città/Inferno, che dividono una cella di 2 metri quadri, larga quanto due letti a castello, ed un esterno più sognato che frequentato, poco hanno a che fare con Egle, Lina, Marietta e le altre recluse alle Mantellate nel 1957, se non per alcune storie personali, intime, collettive, le “solite speranze” d’amore e di libertà, un po’ di rabbia, i soprusi, le botte.

Tutto il resto è attuale, disperatamente attuale e non solo perché le attrici mescolano testo ed improvvisazione rivelando così anche l’angolatura comica della peggior vita, ma soprattutto perché propongono la realtà quale legame con lo spettatore, impedendogli di credere che tutto ciò che vede sia frutto solo di una fantasia, di una storia, di una favola.

Introdotta dalla proiezione dei primi fotogrammi del film di Castellani sulle lenzuola stese nel cortile del carcere e, spesso inframmezzate da altri ricordi cinematografici in bianco e nero, la storia ci racconta di Lina, una ragazza tanto ingenua quanto innocente che viene incarcerata nella cella dove convivono ladre, assassine, adultere, maghe truffatrici, donne che stanno scontando qualcosa di cui non hanno memoria o che si confonde con il sogno, la punizione divina, la colpa, l’oblio.

Qui, come tutte, anche Lina imparerà che per sopravvivere in carcere non si può essere né innocenti né oneste e non lo si può fare neanche fuori. Bisogna essere forti, “toste”, non bisogna cedere, bisogna andare dritte alla resa dei conti.

Io butto il sale per non farti tornare mai più qui, ma tu non ti voltare. Qualunque cosa accada, non ti voltare mai!“, dice una delle compagne mentre Lina si avvia, libera, fuori dalla cella. Non ti voltare se vuoi davvero uscire fuori dall’inferno.

Ma Lina si volterà, richiamata dalla voce della compagna più crudele e più amata.

Carolina LeporattiElisabetta MazzulloRachele CanellaMelania Genna, Licata Demi e Daniela Vitale le sei protagoniste, di grande bravura, capacità tecnica e profondo lavoro sui propri personaggi, compongono sulla scena un microcosmo nel quale è compresso tutto il positivo e tutto il negativo della vita esterna e via via lo fanno deflagrare in molteplici sfumature diverse.

La lingua, ad esempio.

Ognuna di loro parla un dialetto che a volte sembra una lingua straniera che le fa uniche e, al contempo sole; che interrompe la comunicazione, ma crea l’appartenenza, la casa, il passato.

Oppure la musica. Quando l’azione si trasforma in musical sulle note di tanghi, disco music, rock o sulle melodie del secolo scorso avvengono dei flash miracolosi: la lingua si ricompatta, diventa universale e così le speranze, i desideri, le mete da raggiungere.

O anche il tempo, che in cella diventa un grumo che non s’estende né più si rapprende e riesce a contenere gli anni ’40 del Novecento, gli anni ’80, ma anche l’oggi inteso proprio come questo istante in cui stiamo vedendo e vivendo.

Ma anche l’ironia, la comicità, il realismo dei gesti e delle intenzioni; lo scendere fra gli spettatori, come fosse un permesso premio, una trasgressione, o forse il solo modo per poter fare uno sberleffo alla pena, al potere, alla reclusione.

E fra colloqui, fughe e amori immaginari s’inseriscono storie vere di molti dei nostri ieri.

Anche Lina farà ritorno. Con il suo presente d’assassina resa folle dall’amore e dalla vendetta pronta a ringraziare le sue vecchie compagne con i suoi doni colorati e splendenti. Compagne che ora, in qualche forma, sono tornate libere.

Due piccoli dubbi: il primo per la scena un po’ troppo d’animazione fatta fra il pubblico che strappa sicuramente molte risate, ma che va in una direzione diversa da quella che lega lo spettacolo; l’altro per la scelta di spezzare in due tempi il racconto, probabilmente voluta per narrare in uno spazio diverso la verità fin troppo drammatica della storia di Lina. Che però, io credo, avrebbe avuto una potenza espressiva differente, ma altrettanto dirompente se raccontata nello stesso contesto delle altre.

Resta il fatto che la regista Elena Gigliotti sa creare i movimenti e dirigere la partitura fisica corale scolpendo i caratteri, le insicurezze, le passioni, l’ignoranza, i pesi, i segreti che le detenute si portano addosso, in ogni gesto, in ogni gioco, in ogni sgarbo, in tutte le ribellioni a cui assistiamo nel corso dello spettacolo.

Riesce a raccontare con una teatralità radicata e geniale non solo gli universi delle donne nella loro molteplicità di significati, ma anche il senso politico del carcere, quel luogo che puoi esorcizzare in tutti i modi, ma che sempre e comunque non farà altro che uccidere.
Sogni, consapevolezze, progetti, immaginario. Vite.

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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