Don Giovanni e l’Orchestra di Piazza Vittorio. Quando la musica segna strade inaspettate

Il Don Giovanni secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio è un momento di follia musicale sorprendente e divertente.

A Mozart, come si sa, è possibile fare di tutto: lui passa, sornione e incorrotto, attraverso tutte le trasformazioni ridendosela di gusto sotto la sua parrucca boccoluta.

Per una come me, cresciuta “a latte e Don Giovanni” (ad opera di una madre mozartiana fino al midollo, ma molto elastica riguardo alla filologia), la vita ha offerto la possibilità di incontrare decine di messe in scena, film, libri e spettacoli in cui il mito del Burlador de Sevilla veniva scomposto, tagliuzzato, modificato, angelicato, sprofondato, allungato, accorciato, modificato nelle parole, negli abiti, nei trucchi, nei generi e nelle voci. Ed ogni volta è stata una scoperta, una rabbia, una risata, un’inutilità, un’illuminazione.

Lo è stato anche questa volta, in uno spettacolo nuovo, soprattutto dal punto di vista musicale.

Non che l’Orchestra di Piazza Vittorio non si fosse già cimentata (con alterne fortune) con la musica lirica, basti ricordare il primo, splendido, riuscitissimo Flauto Magico e la successiva, più zoppicante in credibilità narrativa, Carmen, ma questa volta il lavoro sull’arrangiamento delle musiche, sul lavacro dalle note settecentesche, sul loro rivestirsi di ritmi contemporanei che spaziano lungo l’intero Novecento rappresenta da solo una drammaturgia imperiosa e coinvolgente.

Prodotto dall’Accademia Filarmonica Romana e dal Festival Les Nuits de Fourvière di Lione, questo Don Giovanni (per la regia di Mario Tronco e Andrea Renzi) si trasforma, grazie alla musica, in una storia del secolo scorso grazie all’ambientazione in una sorta di locale notturno, un Cotton Club multietnico e molto swing che a tratti fa salire sul suo palco di lustrini e  il tip tap, il rag-time, il rock, la Napoli neomelodica, la bossa nova e il rap.

Senza mai dimenticare Mozart con i suoi tromboni che annunciano il Commendatore, con il re minore dell’Ouverture, con le ariette gentili, le marce e le serenate.

Questa meraviglia di storia creata attraverso la musica è dovuta alle sapienti e innovative rielaborazioni di Leandro Piccioni che ha lavorato con Mario Tronco e Pino Pecorelli alla rivisitazione dello spartito mozartiano.

Eliminati i recitativi si passa, infatti, alla metamorfosi delle arie più importanti che vengono cantate in italiano, come in brasiliano o in arabo; che vengono spostate nella sequenza e, dunque, nel significato; che vengono ricostruite una dentro l’altra come scatole segrete; che vengono rese semplici nel senso, come se tutto non fosse che il racconto di una favola.

Don Giovanni è interpretato da Petra Magoni, una voce che fa la differenza perché riesce a cambiare le note e a creare legami e, anche se non ha mai un’aria tutta per sé, si sdoppia, si duplica in duetti inaspettati con Donna Elvira (tramutandosi poi, solo per un acuto, nella Regina della Notte che aveva interpretato anni fa), canta “Batti, batti o bel Masetto” con Zerlina (Mama Marjas) o supporta Don Ottavio (Evandro Dos Reis) nel suo “Non mi dir bell’idol mio” cantato in portoghese.

Un Don Giovanni androgino, quale è nell’intenzione dei registi, porta necessariamente la storia in luoghi e incontri inaspettati: un rendez-vous a tre con Zerlina e Masetto (Houcine Ataa), una mosca cieca per la canzonetta “Deh, vieni alla finestra“, un Leporello (Omar Lopez Valle e Dario Ciotoli in alternanza) che s’intriga con questa e quella e, senza pudore, accetta “quel certo balsamo” da Zerlina.

E poi Donna Anna (Simona Boo) che, come nella migliore lettura “alternativa” dell’opera, sopporta Don Ottavio e venderebbe l’anima per Don Giovanni, mentre Donna Elvira (Hersi Matmuja), potente soprano lirico, alterna la pietà alla rabbia.

In verità nessuno si prende davvero sul serio: ne è emblematica la trasposizione in doo-wop (musica vocale sincopata) di “Tutto, tutto già si sa” che strappa una risata e viene riproposta anche come bis.

Tutto sembra finire come da copione: il Commendatore dalla sua diapositiva scomposta in più volti si infonde in tutti gli altri personaggi che portano via Don Giovanni non appena accettato l’invito a cena.

Ma non sarà del tutto così. Perché Don Giovanni vive, comunque lo si racconti.

Isabella Moroni

Isabella Moroni

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

2 commenti

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  • Consiglio anche la lettura antropologica che Marino Nicola dà del Don Giovanni nel suo testo.

  • Questi dell’Orchestra sono fenomeni e geniale questa scelta di unire così persone diverse in favore di una accoglienza, condivisione, mlticultura. Così si cresce e si fa buona azione, buona politica, buon sociale e buona AERE e CULTURA. MUSICA!!!!!

    PaoPao