Una Vergine ridondante e barocca, con la sua corona di luminarie e le sue rose appuntate sull’orlo del velo, brilla immobile nell’attesa degli spettatori. Al suo fianco un lettuccio di ferro, panni gettati sul pavimento, bottiglie vuote, un pitale, una sagoma sotto le coperte.
Ci accoglie così a Teatrosophia, la scena di Metus Noctis (la paura della notte) testo del sempre sorprendente Roberto Russo, con Gianni De Feo (che ne è anche il regista) e Alessandra Ferro.
In sottofondo un Magnificat cristallino (voce di Francesca Pugliese).

Il primo impatto mi riporta iconografie sacre spagnole, ma soprattutto mi ricorda la Vergine del Duende di Lindsay Kemp, maestosa e miracolosa.
Sempre Spagna, dunque, e invece scopriamo di trovarci al Labaro, nella casa popolare di Nino Ceccarelli, un pover’uomo che si sveglia nel mezzo di un incubo, ma non si lascia sopraffare dalla paura, ingaggiando con l’immagine sacra un duello verbale che riuscirà a spogliarla della sua gravità, sfogliandola velo dopo velo fino a renderla ciò che in realtà è: un fantasma.
Russo ci presenta un personaggio ai margini, che pure brilla in dignità e sicurezza; un personaggio che cerca di tirare a campare con i mezzucci che ha imparato a usare qualunque sia il suo interlocutore: la madonna, una cartomante o una prostituta.
Con una scrittura molto innovativa, rispetto ad altre sue opere che abbiamo avuto modo di apprezzare, tratteggia – in dialetto romanesco contemporaneo – lo spirito e il linguaggio della borgata, del luogo dove non ci sono remore a parlare di droghe, di prostituzione, di furti, di omicidi; nel luogo dove non c’è legge, ma neanche riparo.
Grazie all’incontenibile (eppur sempre equilibrata) recitazione di Gianni De Feo, entriamo dove non c’è mai stato dato modo di mettere piede o, forse, sono proprio quei luoghi negati che si riversano sul palcoscenico attraverso movimenti intonazioni, distorsioni, gesti, derisioni, cambi di ritmo, racconti.

Assistiamo irretiti, eppure mai voyeur (e di questo ringraziamo la capacità registica di coinvolgere lo spettatore e non relegarlo al mero ruolo di chi guarda e, magari, giudica) al dipanarsi della storia di un matricidio. Un omicidio efferato, senza movente (ma si sa che le madri, di qualsiasi pasta siano fatte, sono le potenziali vittime di ogni figlio) capace di rafforzare e liberare Nino che – destreggiandosi fra parole sapienti e lingua sboccata – continuerà a fare i conti non tanto con la sua coscienza, quanto con il suo destino.
Alessandra Ferro è potente nella sua immobilità, nella sua ironia, nel suo passare dalla Santa Vergine alla sacra mignotta, dalla amabile protettrice alla cruenta vendicatrice.

Ma Nino Ceccarelli, novello Don Giovanni, “no, no che non si pente” e, come il seduttore di Siviglia, afferra la mano tesa del suo personale convitato di pietra fino a perire secondo la legge del contrappasso soffocato dallo stesso cuscino con cui aveva ucciso sua madre ma – come Don Giovanni – fra le fiamme dell’inferno (che forse sono la sola cosa poco azzeccata dell’intero spettacolo).
Evocativo, denso di citazioni, inappuntabile nella narrazione, inaspettato nel testo, trascinante nella recitazione afferra, conturba e, in parte disturba.
Ma a teatro così si fa.
Metus Noctis (la paura della notte)
- Testo di Roberto Russo
- Con: Gianni De Feo e Alessandra Ferro
- Regia Gianni De Feo
- Musiche originali Adriano D’Amico
- Aiuto regia Sabrina Pistilli
- Assistente regia Letizia Nicolais
- Costumi Gianni Sapone
- Scenografia Roberto Rinaldi.
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.
- Isabella Moroni
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