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Più Libri Più Liberi #2. Impressioni e linguaggi. Il sapere della piccola e media editoria.

di Isabella Moroni

Che la Fiera della piccola e media editoria di Roma Più Libri Più Liberi 17 sembri del tutto nuova è un dato di fatto. Lo raccontano le voci che si colgono incrociando i visitatori, a coppie a gruppi, a intere scolaresche.

Voci che passano dall’entusiasmo alla critica lungo i larghi corridoi o nella infinita “piazza” da cui partono le scale mobili (sembra che, messe una dietro l’altra raggiungano la misura più lunga d’Europa in fatto di elevatori) e in cui troneggiano gli enormi fari led che colorano la Nuvola.

Di rosso questa volta, perché rosso è il colore simbolo di Più Libri.

Più Libri Più Liberi 17, una volta negli spazi del Roma Convention Center (alias Nuvola di Fuksas), ha preso il look asettico e ordinato che sembra essere la linea guida delle convention di ogni dove.

Non starò qui a fare l’elogio d’addio all’architettura razionalista del Palazzo dei Congressi che per 15 anni aveva ospitato la Fiera provocando risentimenti d’ogni genere per gli spazi angusti, la ressa e il bar di pessimo livello, però trovarsi sempre nella stessa sterile operatività fa un po’ l’effetto di essere immersi in una bottiglia di disinfettante (anche questa voce colta all’imbocco della scala mobile).

Gli editori, però sembrano contenti. I corridoi sono sicuramente più spaziosi e questi grandi ambienti collettivi aiutano a fluidificare la folla. Perché sì, di folla si tratta.

Ad occhio le 50mila presenze standard delle scorse edizioni potrebbero essere già state raggiunte nei primi tre giorni. Almeno a giudicare dalle file di lettori pazienti che girano attorno al cubo di vetro e acciaio che contiene questo immaginario sospeso e che, al di là di tutte le critiche, un bel po’ di emozione la mette addosso.

Quello che invece sembra essere molto interessante è la ricerca del bello e del raro che molti degli editori presenti fanno stanno facendo.

Anche nelle presentazioni che quest’anno, oltre alcuni soliti noti o l’importante presenza di Asli Erdoğan, la giornalista e attivista turca e sostenitrice della causa curda, stiamo vedendo la cura speciale di quei piccoli editori che basano il loro lavoro su una ricerca costante di proposte capaci di aprire nuovi mondi e nuovi pensieri.

O semplicemente visioni differenti o conoscenze di mondi sconosciuti.

E poi c’è l’Arena Robinson, dove le pagine culturali del quotidiano la Repubblica, si fanno luogo di incontro fisico e conducono alla scoperta non solo di libri, ma anche di pensieri, come ad esempio l’incontro Una lingua fondata sui social? al quale hanno partecipato Vera Gheno (sociolinguista specializzata in Comunicazione mediata dal computer e twitter manager dell’Accademia della Crusca) e Stefano Bartezzaghi (giornalista e semiologo) che stimolati dalle domande di Loredana Lipperini hanno evidenziato come sul web si ha una percezione distorta della novità: ogni volta che si scrive una cosa sembra essere appena stata inventata, mentre “non c’è nulla da far sorgere da zero: l’invenzione altro non è che una ricombinazione. Nessuno è portatore di una banalità o di una distinzione che resti tale”.

Infatti, il linguaggio usato sui social, inoltre, mette in luce l’utilizzo, in forma scritta di caratteristiche della lingua parlata che si discostano da quelle che si sono imparate a scuola.

Questo significa che “si sta verificando l’adattamento della lingua al un nuovo mezzo di comunicazione”.

In questa trasformazione la tendenza è quella di scrivere di getto e di pancia, mentre sarebbe interessante “dare tempo al pensiero complesso, trovare la giusta distanza da un fatto”.

L’atto di scrivere “ci concede un tempo di elaborazione: c’è tempo per pensare, verificare”, per non usare le parole come un’arma, per non usare Parole ostili. Perché le parole hanno conseguenze.

E dentro le infinite molteplicità dei libri che si incontrano in questa Fiera, una guida etica per una scrittura social più “umana”, si può sicuramente trovare.

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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