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La serpe e il mirto. Quando il mistero è la vita stessa.

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La serpe e il mirto, cover

Ci sono libri che dovrebbero essere letti comunque. Libri che hanno dentro tutto quello che può servire al bagaglio di un viaggio nell’anima, nella storia misterica, nel sogno, nei misteri osceni del potere, nel racconto magico che ci permette di volare.

Viviamo in un mondo che ha dimenticato che la teoria della relatività si può applicare ad ogni cosa, ad ogni evento, ad ogni istante della vita quotidiana. Siamo qui, in un mondo dove le molteplici possibilità alle quali si accede solo sapendo guardare da “altri” punti di vista sono sempre più negate, celate, bandite, non raccontate.

Eppure le meraviglie accadono e più non sono zuccherine e più aprono strade impensate e conducono in luoghi che non sono più soltanto psichici o mentali. Perché si sa che le visioni spesso non sono altro che la realtà che gioca a camuffarsi.

La serpe e il mirto (1978) ovvero il Tempo secondo Aguilar Mendes di Stefano Valente (Ed. Parallelo 45) è questo ed anche un po’ più di tutto questo.

Si svolge a Roma nel 1978 (e chi era lì per caso o per nascita ricorda bene quello che stava accadendo e come, nella Città dei Palazzi si vivesse in un clima di sospetto e di intrigo meschino) nella misteriosa e inarrivabile Pensione Internazionale di Vicolo de’ Serpari (già Ostello della Serpe) al numero 17/b, che il Professor Aguilar Mendes, studioso di letteratura portoghese, raggiunge nella mattina in cui viene rapito Aldo Moro.

Rivelare la storia non aiuta il lettore. Il libro racconta, infatti, le infinite storie di innumerevoli anime che si intrecciano, s’avvolgono e si abbandonano. Bisogna entrarci dentro e scoprire la storia di quel fantasma che ama ardentemente il protagonista lasciandolo immerso in una scia di mirto;  incontrare infidi personaggi in equilibrio tra lo spionaggio e la politica; seguire Mendes in Argentina fra i desaparecidos e ancora più in là alle origini delle sue origini o forse in un mondo ancor più primordiale. Tornare con lui in una Roma ricolma di misteri e di quella decadenza mai accettata dagli aristocratici e poi ripartire per la luce piena di Lisbona o per gli orizzonti inarrestabili della città di Porto dove sarà Ade, un gatto infero, magico e viaggiatore ad offrire al protagonista  i primi indizi per l’ingresso a pieno titolo nel senso più profondo del mistero.

Lo hanno definito un mistery o un giallo esoterico, ma La serpe e il mirto è qualcosa di più: è il luogo in cui Fernando Pessoa e Jorge Luis Borges trovano modo d’incontrarsi anche solo condividendo la stessa storia, è il legame forte ed occulto fra i carnefici e i loro emissari di entrambe gli emisferi, è il tempo che avanza e poi ritorna e s’avvolge a spirale seguendo il simbolo del serpente. Un serpente che non è solo ouroboros ciclo e rinascita, che non è solo una strada o una leggenda, ma è un vero e proprio passaggio segreto verso la comprensione di un significato straordinario e ineluttabile.

La scrittura di Stefano Valente è limpida e avvincente, colma di intuizioni e pronta a raccontare stralci di letteratura stellante con la sapienza di chi ama molto. Particolarmente piacevole è il mescolarsi di fiction e realtà storica di luoghi reali ed immaginari che inducono il lettore ad avventurarsi in un nuovo mondo con la curiosità di un esploratore rendendolo protagonista e non mero spettatore della narrazione, uno stato di grazia, un’esperienza sempre più rara che vorremmo poter ripetere. Presto.

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