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Jesus Christ Superstar. Ted Neeley quarant’anni dopo

di Isabella Moroni

Sera di maggio piovosa.

Il Teatro Sistina è pronto ad accogliere una folla di antichi e nuovi innamorati dell’opera rock più famosa al mondo Jesus Christ Superstar scritta nel 1970 da Andrew Lloyd Webber con testi di Tim Rice.

Innamorati che hanno imparato a conoscerla soprattutto grazie all’omonimo film di Norman Jewison e che stasera, oltre quarant’anni dopo, sono qui perché in scena c’è di nuovo lui, Ted Neeley, il cantante che interpretava Gesù nel film: sofferente, sottile, potente e bellissimo.

Ho visto per la prima volta Jesus Christ Superstar nel 1975, avevo poco più di 16 anni e  stavo cercando risposte sullo spirito e sulla fede. Fu una folgorazione e, ovviamente, un innamoramento totale.
Da allora avrò visto il film forse un centinaio di volte: ne conosco ogni inquadratura, ogni particolare; so a memoria tutte le canzoni e i gesti che s’accompagnano alle parole. Un po’ folle, certamente, e dunque non potevo mancare a questo anniversario teatrale.
Non mi importava che questi 40 anni avessero lasciato su Ted Neeley una patina incancellabile, sono certa che ogni età ha le sue potenzialità e volevo scoprire le sue.

Sono entrata in Teatro con una certezza: non voglio fare paragoni.
Buio, sipario. E i paragoni cominciano.
Perché il regista Massimo Romeo Piparo già dalla prima scena ha improntato lo spettacolo su una copia quasi fedele del film: movimenti, intonazioni e in alcuni casi anche costumi.

Potrei raccontare due storie, ora: quella dello spettatore innamorato e un po’ disattento che comunque s’inchina al capolavoro e ama tutto quello che gli viene offerto perché è l’emozione che vince su tutto; e quella della giornalista che è lì non più solo per amore, ma anche per lavorare e vede, sconcertata, superficialità, brutture e confusione.

So che preferireste che vi raccontassi la prima, come hanno fatto quasi tutti i giornali finora. Che vi dicessi che Ted Neeley ha sempre la stessa voce potente, che l’atmosfera di allora è ricreata, anche se al posto del deserto c’è un megaschermo pixelato con immagini evocative, che le canzoni sgorgano dalle labbra del pubblico come racconti mai dimenticati, che il cuore batte forte quando ritrova gesti conosciuti e che, nonostante i mali, le disabilità, i dolori che il tempo ci ha lasciato addosso, sul palcoscenico va in scena il riscatto della nostra giovinezza che ci rende vigore e voglia di continuare a combattere per quel mondo che negli anni ’70 sembrava tanto vicino.

E’ così. E’ innegabile. Ma dovrò, purtroppo, raccontarvi anche altro.

Per prima cosa dovrò dirvi che non si può mettere in scena un impianto multimediale di alto potenziale (ed elevati costi), ma risparmiare sui costumi e sugli attori (sono sempre gli stessi in scena che, senza neanche troppe diversificazioni diventano prima folla, poi Zeloti, poi apostoli, poi mercanti del tempio, poi lebbrosi, a volte soldati, a volte farisei e sacerdoti del sinedrio).
Ed anche che queste immagini proiettate fra velatini e controluce (confesso: questa tecnica non mi piace) potrebbero, quantomeno, essere più ricercate, entusiasmanti, variegate. Che senso ha proiettare lo stesso olivo del Getsemani del film? E perchè quel tramonto stiracchiato in rosa shocking che fa da sfondo all’abbraccio della Maddalena? Troppi colori, troppe fiamme, troppe cose che ti aspetti vengono proiettate sui diversi supporti che si sostituiscono alle scenografie. E perchè le didascalie, i sottotitoli e le traduzioni? Forse sarebbe stato meglio togliere, piuttosto che aggiungere.

La maggior parte degli interpreti sono ottimi, a cominciare dai Negrita, strepitosa band che interpreta l’intera colonna sonora e da una rivelazione come Feysal Bonciani che, nel ruolo di Giuda, dispiega la voce con quel timbro soul che lo rende unico. Anche se, purtroppo, lo hanno vestito e lo fanno muovere come l’indimenticato Carl Anderson.

La scelta registica è dunque quella di riproporre per questo quarantennale non solo l’attore protagonista del film, ma anche i vezzi e le gestualità dei vari interpreti. Il mantello del sacerdote Hannas che rotea davanti al tradimento di Giuda, le foglie di palma (rimpiccolite e dimezzate) di Hosanna, le impalcature di tubi innocenti battute da anelli invisibili, i costumi di Caifa e Hannas, lo strisciare dei lebbrosi, l’anello di turchese che Pilato tormenta contro le labbra nel raccontare il suo sogno premonitore, le coreografie acrobatiche degli Zeloti guidati da Simone…
E poi ci sono i costumi, che replicano l’immaginario del film, ma non trovano riscontro nell’ambientazione digitale. Aveva un senso preciso, nello scenario post bellico del deserto israeliano dove fu girato il film, vedere i militari romani con le tshirt stracciate e gli anfibi, le giovani donne della folla con caffetani e cinture di medagliette o gli uomini con i pantaloni a zampa d’elefante e le camicette rosa. Che senso ha tutto questo davanti o dietro il velatino digitalizzato? E perché Maria Maddalena non è degna di cambiare costume (eppure la simbologia del vestito rosso che si tramuta in tunica bianca solo dopo aver scoperto di amare Cristo, sembra essere evidente)?

Shel Shapiro caratterizza il suo Caifa con una voce potente e coinvolgente e cerca un’interpretazione personale e ironica del potere, mentre Paride Acacia (che fin dal 1994 ha interpretato il ruolo di Gesù nei precedenti allestimenti del Musical a firma di Piparo) propone un energico Hannas cinico e velenoso, dotato di uno slang aggressivo, ma anche lui ricalca le orme vocali e gestuali di Kurt Yaghjian,l’Hannas del film di Jewison.

In scena ci sono 24 acrobati, trampolieri, mangiafuoco e danzatori per le coreografie di Roberto Croce che non convincono troppo e, soprattutto, rappresentano proprio quel “troppo” e quel “poco all’interno dell’ambientazione” di cui abbiamo già parlato. Perché per rappresentare il mondo reale, ferito ed emarginato si ricorre sempre a questo tipo di immagini? Davvero acrobati e danzatori evocano perdizione e dolore? Ma perché?

Per fortuna c’è Pau dei Negrita che impersona Ponzio Pilato in una totale autonomia interpretativa, uscendo in questo modo fuori dal coro “imitatore” e donandoci una provvidenziale diversità.
Ci prova anche Simona Molinari (Maria Maddalena) che, però, butta tutto sul pop “strillato” e sembra aver fretta: canta quasi correndo, non si prende tempo per un’azione fisica e nel momento in cui Maddalena si trasfigura (Could we stat again, please?) sembra disinteressarsi completamente alla narrazione.

Molto inquietante la scena di Erode, davvero incomprensibile con le sue maschere della Commedia dell’Arte (sì, giuro, Balanzone, Arlecchino, Colombina, più un Pinocchio ed altri mostriciattoli da luna park), dei lecca-lecca giganti e le girandole colorate per corona. Calo, invece, un velo pietoso sulla scelta di mostrare, durante la scena della flagellazione, diapositive di orrori mondiali nazionali: dalla guerra del Viet Nam, alla bomba atomica, dalla strage di Capaci al femminicidio, inframmezzate da altrettanto stereotipate immagini di pace e di bontà (Gandhi, la proclamazione della Repubblica Italiana, i bambini israeliani e palestinesi che si abbracciano…).

Ma è arrivato il momento di tornare a narrare la prima storia, quella dello spettatore innamorato perchè Ted Neeley sta cantando Gethsemane e ci mette tutta l’energia e la profondità che fino ad ora si è risparmiato. Perchè non è vero che ha la stessa voce di 40 anni fa, ma questa voce è forse più struggente, consapevole, avvolgente. Perchè l’emozione di vederlo camminare in platea a pochi centimetri e stamparsi negli occhi rughe e mani nodose, mentre la gente comincia a confondere la finzione con la realtà, è profonda e vasta come tutte le cose che ci riportano alla nostra essenza più profonda, nascosta, appassionata. A volte dimenticata.

 

 

 

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Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

2 risposte

  1. Un articolo ben congegnato, autentico, con qualche incertezza iniziale , ma pieno di sprint..sembra dire..dove trovo il bandolo della matassa, dove posso stravolgere l’ovazione di pubblico e fare un po di audience anche io ? Oggigiorno si fa nel ridicolizzare e nel dividere, nell’inventare sipari creativi (che non scendono al punto giusto o sono troppo sottili o troppo grossolani), lasciamo perdere le finezze di stile..ma “ti è piaciuto?” lo dice ancora qualcuno? Mi piace lo spirito di piazza, mi piace scendere dal palco e mescolarmi con la folla, che sarà disattenta, ma è genuina, sempre. Forse sono troppo legata agli schemi di una volta, quelli appresi da una famiglia di cineasti e critici(quelli veri), di un tempo perduto, quando il cinema era il cinema e a teatro ci si andava anche perché piaceva e non solo per demolire, con inutili catastrofi, ceneri di angela troppo grossolane per suscitare simpatia, almeno quelle di alcuni spiriti…che resistono, controvento…

    1. Rispondo molto sinceramente alla domanda “ti è piaciuto?”.
      No. Era un pessimo spettacolo dal punto di vista teatrale. Con alcuni buoni interpreti.
      Generalmente vado a teatro per essere sorpresa dalla fantasia di chi mette in scena lo spettacolo, non certo per distruggerlo, ma se questa non c’è, diventa difficile parlarne bene!
      Il pubblico non sempre ha gli strumenti per vedere l’inganno al quale assiste. Non sa cosa c’è dietro al lavoro (ad esempio) sui trampoli e non coglie la pochezza dell’uso che ne viene fatto sulla scena che non valorizza nè l’attore nè lo spettacolo. Nè sa che uno spettacolo può essere perfetto anche con un budget di 1000 euro. Perchè non farlo con uno molto più ricco? Perchè non curare i particolari? Perchè non offrire allo spettatore il massimo?
      È una questione di rispetto. Non basta investire denaro sulle grandi star per fare uno spettacolo che rispetti le aspettative (ed il denaro) del pubblico. Non è onesto contare sull’ emozione di ritorno e non offrirgliene una nuova e unica.
      Le ovazioni del pubblico sono piene di passione, di candore e di onestá, sono un dono enorme che chi ha messo in scena lo spettacolo non è stato in grado di ricambiare.

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